Rolling Stone, Aprile 2006
Y ♥ E ♥ A ♥ H ♥ !
Un libro di foto racconta la vita in tour degli Yeah Yeah Yeahs. Da New York, il suo timido autore (e chitarrista della band) Nick Zinner si confida con Rolling Stone
di Benedetta Rossi
Una delle band più sensazionali degli ultimi anni, un trio che arriva da Brooklyn (ma sia la cantante Karen O che Brian Chase, il batterista, vengono dall'Ohio), ha avuto il difficile compito di dare una scossa all'ormai statica nuova scena punk rock degli Stati Uniti e d'Europa. Hanno iniziato come gruppo di spalla dei White Stripes, nel 2000, e a questa apparizione ha fatto seguito un ep autoprodotto che fece gridare al miracolo. Da allora non si sono più fermati. Nel 2003 hanno addirittura aperto il concerto di rientro dei Devo, al Central Park di New York. Irriverenti, fastidiosi e fantasiosi, guidati da una Iggy Pop in gonnella (anzi in minigonna), sexy come Debbie Harry e ammirata anche da John Peel, gli Yeah Yeah Yeahs sono pronti per affrontare il pubblico e la critica (che li aspetta al varco) con un nuovo lavoro, Show Your Bones, in uscita il 24 marzo, seguito di Fever To Tell, acclamato esordio del 2003. Il nuovo lavoro è stato preceduto da mille indiscrezioni. Doveva addirittura trattarsi di un concept album dedicato a un gatto di nome Coco, che poi è il gatto di Karen. A inventare la burla è stato il produttore dell'album, Sam Spiegel, più conosciuto come Squeak E Clean o come il fratellino di Spike Jonze. Il regista, dal canto suo, ha più che un legame con la band: è il nuovo fidanzato di Karen e ha diretto il controverso video di Y Control, dove lei si agita vestita in uno scintillante tutù dorato in mezzo a bambini biondi che si scorticano vivi e si sbudellano ridendo. Nonsense e parodie a parte, la notizia dell'album sul gatto di Miss O ha fatto il giro del mondo. Tutti (più o meno) ci hanno creduto e Spiegel deve essersi divertito non poco.
Alla fine l'album nuovo c'è e non è un lavoro concettuale su un felino, ma la somma di molte e stratificate emozioni. Un album dolce, armonico e ricco di suoni acustici. Con la supervisione al mix di Alan Moulder, produttore già noto per i suoi lavori con i My Bloody Valentine e i Nine Inch Nails. Addirittura, si vocifera dell'entrata nel gruppo di un quarto membro, il bassista Imaad Wassif, proveniente dalla band Alaska! ed ex Lowercase. Il titolo del nuovo album, "Mostra le tue ossa", fa riferimento, come dichiara Karen O, "a quando metti le dita nella presa della corrente", ma forse vuole rivelare anche un aspetto meno noto della band americana. Quello vulnerabile e più fragile. Del resto aggressività e fragilità sono i due poli entro i quali si muove con disinvoltura la cantante della band, All Star Converse ai piedi e rossetto sbavato sulle labbra.
Intervista Milano-New York con Nick Zinner, chitarrista, fotografo, polistrumentista e "arty boy". Lo stesso ragazzo che una sera, al Mars Bar di New York, s'imbatté nella signorina Orzolek (non ancora Miss O) e che da allora è diventato uno dei volti più noti della Grande Mela alternativa. Zinner è minuto, quasi fragile; indossa un paio di occhiali dalla montatura anonima che lo fanno somigliare a un secchione con le spalle incurvate dallo zaino troppo pesante e da ore di lavoro al computer. Come uno studente, oggi Zinner è agitato, anche se in questo caso non deve affrontare un'interrogazione: "Sono decisamente nervoso", si lamenta, parlando del suo stato d'animo mentre si avvicina l'inizio del primo concerto americano del gruppo che darà il via a un mini tour. "Dopo tanto tempo in sala di registrazione è arrivato il momento della verifica, sul palco. Ma a parte le aspettative personali, credo che la cosa che m'interessa di più è la risposta del pubblico: per noi è sempre stata fondamentale". Il nuovo album è molto meno punk del precedente e per certi aspetti è decisamente pop. Le nuove canzoni hanno un suono molto particolare, le chitarre sono poderose ma delicate e Zinner ondeggia tra riff metallici e arpeggi minimal. Ci sono richiami ai Nirvana, ai Sonic Youth, ai Pixies e persino ai R.E.M., mancano però le distorsioni, l'eco e i riverberi che tanto ci avevano fatto amare Y Control o Rich. La voce di Karen è più pacata, anche se esplode in un crescendo quando canta "Credo di essere più imponente del suono!" in Cheated Hearts, uno dei possibili singoli del disco. "In parte volevamo distaccarci da questo punk dance disco ring che è diventata la scena attuale", racconta Zinner. "Non vogliamo essere la copia di noi stessi. Siamo molto lontani dallo stereotipo di una giovane band di pazzoidi. Tutti adesso vogliono gridare come forsennati, procurarsi dei lividi o sanguinare sul palco (cosa che, a giudicare dalle foto, a Karen O riesce benissimo, ndr). E poi Show Your Bones è un album costruito con un lavoro meticoloso in studio, con ore e ore di registrazione, cosa che non avevano mai fatto. Pensa che registravamo canzoni con un kit da karaoke!". Una vera attitudine punk, insomma: "Si, certamente lo era, ma anche molti pezzi del nuovo album hanno una certa rabbia e dal vivo credo usciranno bene. Phenomena ha queste potenzialità. Di certo, volevamo esprimere altri sentimenti oltre a disagio, incazzatura e rabbia. Volevamo comunicare una certa emotività, una sensibilità che prima non avevamo mai raccontato. Come alcune delle canzoni che preferisco: Gold Lion (il primo singolo, ndr), Honey Bear e Dudley". Honey Bear fa venire in mente l'espressione cowboy punk, qualcosa che rimanda direttamente a Sergio Leone. "Oh, si!", risponde prontamente Zinner, "sei la prima persona che lo nota. Ennio Morricone per me è come dio e le sue musiche per i film di Sergio Leone sono parte della mia storia! Diciamo che è un minuscolo omaggio".
Karen O è una ragazza particolare che vede la sua femminilità in modo particolare. Era dai tempi della Madonna di Like a Virgin che non si assisteva al fanatismo nei confronti di una cantante che lei ha scatenato. Le ragazze la idolatrano. "Lei fa sempre di testa sua", dice Nick, "e si veste in maniera così anticonvenzionale è proprio perché il messaggio che vuole dare è: Fai come ti pare, mettiti su quello che t'ispira, vestiti come cavolo vuoi, chi se ne frega. Non è moda, è ispirazione, credo. E comunque è molto divertente vedere le fan, magari in Giappone, vestire come Karen!".
Il clamore suscitato dal look della signorina O è rimbalzato su tutte le riviste di moda e costume. All'improvviso sembrava nata la nuova Debbie Harry, o almeno una che potesse vantare una schiera di ammiratrici ed emulatrici. Carica di sex appeal, sfrontata, senza freni. E in più con un look da androide punk, da lolita impazzita, da Kokeshi Doll del Greenwich Village. "A Karen tutto questo non importa. Basta che non si dica che lei, come cantante, è solo una calza viola smagliata".
A prendersi cura dei dettagli del look della cantante ci pensa, comunque, la stilista Christian Joy, che le confeziona su misura i famosi costumi di scena: da cappuccetto rosso ai mini abiti di lycra, agli strapeless dress di pizzi e fiori.
Gli YYY's hanno un fitto programma per i prossimi mesi: oltre a proseguire il tour promozionale, saranno ospiti a due festival importanti. Suoneranno al Coachella Festival e, come band, hanno curato un giorno della rassegna All Tomorrow's Parties in Inghilterra. Cosa ne pensa il timido Nicholas dei festival? "Per la verità non sono il nostro forte: suonare di giorno in location così ampie non è ideale per noi. Il Coachella, però, è un grande evento, siamo molto felici che ci abbiano proposto di farlo e abbiamo accettato volentieri. All'All Tomorrow's Parties ci saranno tutti i nostri amici (sul palco saliranno Liars, Tv On The Radio, Oneida, Blood Brothers, Ex Models, Celebration, Imaginary Folk, Tall Boys, ndr), alla fine sarà bello stare insieme e suonare con loro. Ma l'idea di essere intrappolati, quasi rapiti per tre giorni in mezzo a quel delirio non mi esalta molto." Quando gli YYY's sono emersi dal distretto di Williamsburg, nell'area di Brooklyn, insieme con Interpol e Radio 4, esisteva una vera connessione tra le band, una specie di circuito indipendete: "Nel 2001-2002, all'inizio della scena, tutti eravamo molto più vicini. Adesso invece la cosa è un po' morta, anzi, ti dico la verità: è totalmente fuori moda. Anche se Brooklyn ha una miriade di nuovi gruppi molto interessanti da proporre".
Nick ha da sempre una passione per la fotografia. Per le strade di New York, prima di imbarcarsi nell'avventura YYY's, catturava ritratti di personaggi più o meno famosi, anche senza il loro consenso. Il suo primo libro, I Hope You Are All Happy Now (edito da Evil Twin Publications), è una sorta di diario on the road: "L'ho realizzato perché volevo mettere insieme la mia vita, quello che io sono. Un musicista con la passione per la fotografia, l'amore per il mio pubblico e per i viaggi, i tour. Ma non mi definirei un fotografo, ho fatto una scuola, ma non ho imparato molto su luce o sviluppo, era più una cosa tecnica, da grafico. Quindi mi posso considerare un autodidatta. E come maestri citerei una certa fotografia classica: Henri Cartier-Bresson o Robert Frank. Tra i moderni mi piace Terry Richardson, è un tipo tosto".
Nick non ha perso l'atteggiamento introverso e dichiara che la sera, a New York, preferisce non uscire troppo: "Ho fatto il dj una serata al Miss Shapes (il locale trendy della Grande Mela), ma solo perché potevo suonare la mia musica, altrimenti non lo frequenterei. Preferisco posti più underground, dove c'è musica dal vivo. Brooklyn al momento è uno dei punti focali per questa scena. Ma io mi sono trasferito a Manhattan". Per sfruttare questo momento di rilassatezza, chiedo a Zinner come si vede tra dieci anni e cosa resterà degli YYY's: "Domanda difficile! Chi lo sa? Forse niente, forse io che faccio dei dischi. O magari mi metto a produrre. Sono molto coinvolto con la musica, da sempre, quindi magari potrei diventare un tecnico del suono e lavorare in uno studio". Il libro di Zinner ha sezioni dedicate al pubblico ai concerti degli YYY's, alle stanze d'albergo frequentate (a vote distrutte) dal gruppo, a Karen e alle sue ferite di guerra, agli amici (tra i quali Bright Eyes, i Liars e Marilyn Manson) e collaboratori. Persino il fotografo Mick Rock, che negli anni ha ritratto le più importanti star del rock, ha espresso un giudizio favorevole sul libro: "Questo ragazzo scatta foto così come suona la chitarra: è veloce e non ortodosso". Tra coloro che hanno contribuito alla stesura dei testi si annoverano Jim Jarmush, entusiasta del libro, e Jesse Peterson, direttore di Vice America, che per l'occasione ha intervistato Zinner. La band capitanata da Karen sarà in Italia a fine maggio, il 31 al Rolling Stone di Milano. "Spero che suoneremo davvero lì, stavolta. Mi hanno detto che c'è un bel seguito. Fatevi sotto!". L'invito è esplicito: "Show your bones!".
MTV.it, 7 Maggio 2004
I supercool del nu-r'n'r tête-á-tête con MTV.it
Una volta c'erano i Blondie, oggi ci sono gli Yeah Yeah Yeahs. Ancora prima di pubblicare lo straordinario "Fever To Tell", il trio newyorkese era sulle copertine di mezza Europa, consegnando a Karen O il testimone che fu nelle mani di Debbie Harry. Pirotecnici, artistici, graffianti, sexy e intelligenti... Questo sono gli Yeah Yeah Yeahs, in poche parole l'essenza stessa del cool. Abbiamo incontrato il gruppo a Bologna – in occasione del loro primo tour italiano. Da vera rockstar, Karen era assente ingustificata, ma, nonostante questo, la sua essenza di frontwoman fa aleggiare lo spirito del suo carisma anche sui compagni di band Nick e Brian. A riprova di una personalità fuori dal comune.
"Fever To Tell" è uscito più di un anno fa. Qual è la vostra impressione complessiva sul disco ora che è passato un po' di tempo? Vi convince ancora?
Nick: Di solito non lo ascolto, ma quando lo faccio mi piace veramente molto. È ancora rappresentativo.
Brian: Sì, credo di sì. Mi capita di ascoltarlo, magari in radio, su MTV, occasionalmente al bar o in un posto qualunque e mi sembra ancora un gran disco.
C'è qualcosa che vorreste cambiare? Magari qualcosa che ora fareste diversamente?
B: Non penso, credo che sia un perfetto ritratto della band in quel periodo.
Dopo la realizzazione del disco siete stati in tour per molto tempo accompagnati dalla fama di cool band del momento. Che cos'altro è successo all'interno del mondo Yeah Yeah nell'ultimo anno?
N: Credo che il fattore moda sia un po' diminuito. C'è stato molto clamore quando è uscito l'album e anche prima, soprattutto perché si tratta di una cosa che emerge quando ancora non si conosce la situazione. Poi si è posto maggiormente l'accento sulla musica e su quello che facciamo ed è stato molto meglio. Poi sì, abbiamo suonato molto in giro e abbiamo composto anche qualche nuova canzone, fatto cose del genere.
Avete iniziato a esibirvi a New York. è stato difficile sfondare in un luogo così vivo musicalmente, dove immaginiamo che ci sia molta competizione?
B: Sono cose salutari, hai presente la scena locale, ci sono buone cose a New York, ma anche un sacco di band mediocri, non voglio mettermi a dare giudizi, ma alla fine abbiamo solo fatto date in giro.
N: Sì, alla fine abbiamo fatto questo. Ci siamo solo assicurati di poter suonare in giro.
Parlando della scena di New York, sfortunatamente in Italia non arriva tutto il meglio della musica della Grande Mela, ma abbiamo avuto modo di conoscere e apprezzare band come TV On The Radio e Liars. Cosa pensate di quest'ondata dark nella scena rock'n'roll?
N: Credo che sia positivo, è un po' come post-punk, dance, rock, vegan che sono nati nella zona di New York da due anni a questa parte. Sicuramente una sperimentazione verso il movimento dark è positiva, in ogni caso. Sarebbe bello che anche altre band si unissero a questa scena.
Parlando di TV On The Radio, il vostro album è stato prodotto da David Andrew Sitek. Com'è stato lavorare con lui dato che ha prodotto anche l'album dei Liars che ha un suono totalmente diverso dal vostro? Cosa vi ha dato a livello professionale?
N: David è un nostro grande amico, era in tour con noi come il nostro server roadie e l'autista: è in amicizia che abbiamo deciso di fare insieme il disco. Ci piace il suo approccio, aveva già realizzato un album con i Love Life, una band di Baltimora che tristemente si è sciolta. E' stata più che altro una scelta basata sulla fiducia il fatto di lavorare con una persona che crediamo sia in grado di tirare fuori il nostro meglio, di sperimentare e migliorare le canzoni, di apprezzare la nostra musica e anche noi, come persone e come amici, tutti gli aspetti della registrazione di un album. è proprio così, in più Dave ha una grande energia ed è una cosa positiva per noi.
Torniamo a parlare di "Fever To Tell". è un album fantastico e ci siamo chiesti cosa ci sia dietro il suo successo. Un'ipotesi è che derivi dalla combinazione dei vostri differenti background: Brian ha iniziato come batterista jazz, Nick è stato artista prima che musicista e Karen è l'icona rock al femminile per eccellenza.come combinate tutti questi aspetti quando scrivete?
B: Non abbiamo fatto nessun calcolo, il materiale era lì e ci sentivamo pronti a dare alle canzoni il meglio di noi stessi. Non abbiamo mai agito strategicamente, succede naturalmente ogni qual volta ci troviamo insieme per fare musica.
N: Non parliamo molto di come dovrebbe suonare, o non so delle influenze... noi ci limitiamo ad agire!
Come nasce una vostra canzone? È il risultato dell'input creativo di un singolo o scaturisce dall'improvvisazione o da una jam session?
B: Di solito succede che arriviamo io o Nick con tema, un riff o una melodia. Poi Nick e Karen si uniscono e cominciano a sviluppare la struttura. Di solito io porto la prima idea e la presento con il pad o con la batteria. In seguito ci mettiamo a lavorare insieme. Ci rimane solo da aggiungere il testo, ma quello di solito lo facciamo quando siamo on the road.
N: Ci esercitiamo molto poco.
Una delle cose che colpisce maggiormente ogni volta che si ascolta il vostro cd è l'estrema varietà di sentimenti che siete in grado di esprimere. Da una parte ci sono canzoni come 'Date With A Night' o 'Rich', che suonano un po' come inni di rivolta, molto forti ed energici. Dall'altro lato si trovano pezzi come 'Maps', 'Y Control' e 'Modern Romance' , che hanno un tocco completamente diverso. Quale tipo di esibizione sentite più vicina quando suonate dal vivo?
B: Questa è la cosa che ci permette di scegliere la scaletta ideale! Ci sono dei punti alti e poi quando arrivano le ballad, più lente e con atmosfere più intense. I tempi sono perfetti! Entrambi i generi sono fantastici da suonare dal vivo anche se in modi diversi.
N: La maggior parte dei nostri concerti fa uscire la parte più aggressiva. Quindi è molto bello avere anche un lato più morbido per bilanciare il tutto in modo da non essere sempre sopra le righe.
C'è una ragione per cui avete messo le tre canzoni più riflessive alla fine del disco?
N: Era l'unico modo per farlo funzionare! Abbiamo provato altre scalette, ma non ci sembrava che potesse andare. Volevamo costruirlo come un classico disco da party, ma la seconda metà doveva assomigliare un po' alla mattina dopo e a tutto ciò che porta con sé.
'Modern Romance' potrebbe quasi essere una bella canzone di uno dei primi album di PJ Harvey . E' stato un omaggio intenzionale o solo un lontana ispirazione?
N: No, anche se ci piace quello che fa, ma non c'è nessun collegamento intenzionale.
B: Credo che l'unico riferimento diretto alla sua musica sia contenuto in un nostro EP...
N: Qual è?
B: 'Our Time'.
N: Sì, giusto.
B: In 'Our Time' c'è un riferimento a una sua canzone, ma lasciamo a voi il compito di scoprire quale sia.
I vostri concerti si sono già guadagnati la fama di leggenda e vengono descritti come momenti di follia e sregolatezza. Che cosa succede quando le luci si spengono?
B: È un po' come il lupo mannaro che quando c'è la luna piena si strappa i vestiti, si copre di peli. Più o meno succede così!
N: Io concordo.
Cosa ci si deve aspettare da un vostro concerto?
B: Delle belve!
N: Sì, proprio così, anche se non si può mai sapere quello che succederà.
Ma stasera non c'è la luna piena...
N: È sempre una notte di luna piena con gli Yeah Yeah Yeahs!
Specialmente in Inghilterra, si parlava di voi già prima della realizzazione del disco: siete stati indicati per lungo tempo come la next big thing. È una cosa che vi ha disturbati o incoraggiati?
N: Ci ha letteralmente fatti uscire di testa. È stato strano, stavamo insieme come band da solo un anno e tutta questa gente intorno a dire queste cose... non è una cosa salutare. Quindi abbiamo messo da parte questi commenti e non gli abbiamo dato peso. è stata una reazione un po' ingiustificata secondo noi.
È successa la stessa cosa negli Stati Uniti o è stato un fenomeno limitato all'Inghilterra?
B: Sì, è stata una reazione prettamente inglese. Abbiamo fatto esperienza della vostra cultura e delle vostre abitudini. Ci è capitato di leggere qualcosa su di noi sulle riviste americane, ma non ci siamo mai imbattuti in una situazione maniacale come quella che si è creata in UK.
Questa domanda riguarda Karen anche se non è presente. Sin dall'inizio è stata considerata un'icona di stile, tanto da venire sistematicamente copiata per il taglio di capelli, il modo di vestire o gli accessori. Sapete dirci se questa cosa la infastidisce o le fa piacere?
B: Credo che sia fiera di quello che fa, anche a livello della performance e del fatto che la gente apprezzi il lavoro della persona che disegna i suoi abiti. Stanno creando cose belle, quindi si merita l'attenzione che hanno e la gente ci fa caso.
Sapete se ha mai pensato di diventare lei stessa una stilista?
B: No, non so davvero se lei si consideri una specie di pioniera. Penso che si senta al massimo una specie di icona per la situazione che sta vivendo, ha un concetto da portare avanti.
N: Io credo che finché la gente trarrà ispirazione da lei riportando poi il tutto al proprio livello, lei sarà felice. Ma se qualcuno si limita a copiarla in tutto e per tutto, è un po' una follia.
Credete che in qualche modo il suo look — soprattutto sul palco — possa completare in un certo modo la vostra musica o il suo impatto?
N: Sì, sicuramente durante il live è molto importante, ma rimane sempre un aspetto secondario.
In merito alla relazione musica-look, non avete mai avuto paura di essere maggiormente apprezzati per quest'ultimo?
B: No, e non credo che succederà mai.
N: Non ci preoccupiamo molto di questo.
Questa è una pura curiosità: nel video di 'Maps' Karen piange. Cosa pensava mentre stavate registrando il clip per ottenere una reazione di questo tipo?
B: Il suo fidanzato era vicinissimo a lei quando stavamo girando ed era lì quando piangeva. Poi la canzone parla d'amore, quindi... Poi la cosa bella di Karen è che è difficilmente categorizzabile non è come Britney Spears, Christina Aguilera o Beyoncé che si tolgono i vestiti e cominciano a ballare di qua e di là. Dall'altra parte ci stanno le riot girls che hanno principi ideologici basati sul femminismo. Nel pop al giorno d'oggi ci sono le ragazze che basano il tutto sul sesso e il loro opposto, più politicizzate. Lei non può essere ricondotta facilmente a una di queste due tipologie. È bello avere vicino una persona che ha delle idee molto forti, ma non può essere categorizzata: lei è quello che è e basta, la front woman di una rock band.
Avete già iniziato a lavorare su del materiale nuovo?
B: Sì, abbiamo iniziato a lavorarci, ma non abbiamo registrato ancora nulla.
Avete in mente la direzione che prenderà questo nuovo album?
N: In realtà no. Stiamo solo sperimentando forse in una direzione più dark.
Tra Debbie Harry, Patti Smith, PJ Harvey e Moe Tucker, quale vi sembra abbia avuto più influenza sul rock'n'roll?
N: PJ Harvey.
B: Kim Gordon.
N: Sì, è vero, anche Kim Gordon. PJ Harvey è una grande chitarrista.
KoreAm, Giugno 2003
Oh no! Ecco che arrivano Karen O e gli Yeah Yeah Yeahs
La leader degli Yeah Yeah Yeahs, Karen O, già con una reputazione leggendaria per le sue movenze sul palco e il suo stile vocale, non è il tipico modello di KoreAm
di Jimmy Lee
A circa metà del loro set, la front woman degli Yeah Yeah Yeahs Karen O ancheggia verso il retro del palco, si appoggia contro il muro, poi serenamente sorseggia dalla sua bottiglia di Heineken, mentre il chitarrista Nick Zinner e il batterista Brian Chase si lanciano nella canzone seguente con un rombo gentile. Si starà prendendo una pausa? Per l'ultima mezz'ora, il palco dell'Henry Fonda Theater di Hollywood è al servizio di Karen O come parco giochi personale, con lei che grida, pavoneggiandosi, a passo d'oca e saltando come una bambina iperattiva che ha mancato al dosaggio di Ritalin per tutto il mese scorso. In più, è tutta bagnata — una mescolanza di sudore per i suoi sforzi, di birra che le viene tirata addosso dall'amica Christian Joy e da altri, e di acqua che versa periodicamente addosso a sé e al pubblico.
Ma ora il suo viso è fissato in un impenetrabile sguardo furioso. Forse sta pensando se a questi fan piacerà il primo album della band garage rock, Fever To Tell, la cui uscita è prevista tra circa due settimane su Interscope Records? O forse sta solo esaminando il pubblico sold-out di 1200 persone, nel bel mezzo del loro tour nazionale, calcolando la prossima mossa degli Yeah Yeah Yeahs per assorbire le orecchie e i cuori dei fan del rock. Come Nick riduce i riff e l'insistente ritmo di Brian acquista volume, Karen riprende il suo posto davanti al centro e tira fuori altre canzoni — la maggior parte riguarda lussuria, amore e sesso — offrendo tutto, da lamenti orgasmici a strilli spaccatimpani. Tiene il microfono con i denti, senza mani, e lascia uscire alcuni urli sanguinari. E a seguire, si contorce sul pavimento del palco.
È necessario assistere solo a questa scena per capire perché gli Yeah Yeah Yeahs sono una delle band rock più elettrizzanti oggi. Hanno anche fatto scattare una guerra tra le maggiori etichette discografiche che hanno corteggiato la band con grossi contratti. Infatti, un dirigente ha affermato: "Le offerte per gli Yeah Yeah Yeahs sono andate così fuori controllo e diventate così costose che hanno fatto sentire molti di noi molto poveri." E l'eccitazione che sta seguendo la salita del trio è pervasiva. La band è stata sbattuta su tutti i giornalacci musicali – Rolling Stone, Spin, Fader – insieme a Vanity Fair e ai quotidiani di tutto il globo. Al centro di tutta questa attenzione c'è Karen — i suoi versi, il suo modo di cantare e le sue danze già leggendarie. La personalità di Karen ha scosso la creatività dei critici con un gusto poco serio. È stata definita "the android sex queen of New York trash-flash" e come una "punk rock baby doll". E il suo look è stato definito simile a una sorta di Blondie sadomaso.
Ma può essere anche descritta come Karen Orzolek, l'unica figlia femmina di Chris e Munja Orzolek — nata nella Corea del Sud da un padre americano con discendenze polacche e da una madre coreana. E per gli aspiranti artisti coreano-americani, è la prova certificata per questi genitori severi che una KA (coreana-americana, ndt), può far venire giù il tetto mentre ulula come una sorta di banshee (creatura leggendaria dei miti irlandesi, ndt) ed avere successo. Adesso, però, racchiusa in top e pantaloncini cortissimi verde brillante, con una super Y fuxia e gialla e calze a rete strappate color viola, è sotto il giogo di un pubblico estatico. Infatti, dalla fine della quinta canzone, la barricata di cinque piedi che separava l'audience dal palco, è svanita. Sembra che l'impetuosa folla abbia spinto le barriere di metallo avanti solo perché vuole essere più vicina, sperando d'essere abbastanza fortunati da essere bagnati con l'acqua di Karen. Un critico una volta ha scritto che sperava che "Karen balzasse dal palco e lo colpisse con una catena fino alla morte, unicamente per cementare la leggenda."
La leggenda iniziò quando Karen e Nick, dopo essersi incontrati in un bar dell'East Village, formarono una band due anni e mezzo fa con una missione in mente. Erano stufi dello snobismo dei concittadini newyorkesi — le arie che si davano "sono troppo cool per ballare, sono troppo cool per divertirmi", anche ai club dance. "Volevamo schiacciare quell'attitudine," dice Karen. "Abbiamo pensato di dar vita ad una rock band nostra che potesse essere super grezza," afferma Karen, "che fosse super matta; che avrebbe fottutamente ricordato alla gente dove stava — a New York City." Suonare rock'n'roll che stilla trascuratezza è una tradizione di New York dopo tutto, se torniamo indietro ai Velvet Underground alla fine dei '60, ai New York Dolls e ai Ramones nei '70, continuando poi negli '80 con gente come Pussy Galore e nei '90 con Jon Spencer Blues Explosion e Jonathan Fire*Eater. E gli Yeah Yeah Yeahs sono ascesi al compito di seguire quella discendenza. "[La trasandatezza] è qualcosa che fa completamente parte di noi," dice Karen. "Ce l'abbiamo sicuramente."
Dopo aver reclutato Brian alla batteria (amico di Karen dai giorni all'Oberlin College in Ohio), gli Yeah Yeah Yeahs — così chiamati per l'avverbio affermativo che ai newyorkesi piace usare – si fecero velocemente una reputazione nella Grande Mela per l'effetto frenetico che avevano sul palco. Poi pubblicarono il loro primo lavoro, un EP omonimo su etichetta di loro proprietà, e subito ci creò molto rumore per questa raccolta di cinque canzoni. L'EP inizia con un Bang — questo è il titolo della prima canzone — che delinea la forma del sound della band: uno spoglio assalto sonico di soli chitarra e batteria che fanno arty garage punk, combinato con i doppi sensi e i giochi di parole sfacciati di Karen, come "As a fuck, son, you suck," e la sua voce stridente. La stampa musicale inglese sentì l'EP e iniziò immediatamente ad adulare la band, come fanno molto spesso. È il media dall'altra parte dello stagno che, negli ultimi anni, ha aiutato a catapultare altri garage rockers americani come The Strokes e The White Stripes alla celebrità da arena. E anche senza un album, il meccanismo promozionale era fuori controllo per gli Yeah Yeah Yeahs. "C'erano un paio di canzoni molto buone nell'EP," commenta Nic Harcourt, direttore musicale dell'influente stazione radio KCRW di Santa Monica e padrone di casa del programma Morning Becomes Eclectic.
Dopo alcune suppliche da parte nostra, KoreAm ha ottenuto un'intervista con la next big thing della musica pop, due giorni prima dello show all'Henry Fonda Theater di metà aprile. Avendo letto le vivide descrizioni delle sue performance, non ero sicuro su cosa aspettarmi. Karen sarebbe stata una specie di folle donna di spettacolo, o una sorta di star in ascesa piena di pose?
La donna che ho incontrato in un hotel di West Hollywood è gentile e sorprendentemente riservata; una ventiquattrenne con una parlata sommessa, sorpresa che la nostra rivista sia interessata a delineare il profilo di qualcuno come lei. Allaccia i suoi discorsi con likes e lo spesso usato you know. Dopo esserci recati da Oki Dog per l'intervista e il servizio fotografico, Karen ascolta attentamente mentre descrivo la leggenda del locale scelto — che era un rifugio per le band losangeline di punk seminale della fine degli anni 80, come Germs e Black Flag. Pochi minuti dopo, divora un untuoso boccone della specialità della casa — due hot dog viennesi, pastrami, chili e formaggio tutto arrotolato in una tortilla — assieme alla sua amica Christian Joy, che è anche la designer responsabile degli abiti stravaganti e trashy di Karen.
E mentre mangia il miscuglio intasa-arterie, esprime molta della sua esasperazione per tutto questo interesse. "È una benedizione perché paga i conti... E molto altro. Ed è, si, divertente," dice Karen. "E al tempo stesso è molto più complicato di quello che mi sarei mai aspettata. Abbiamo messo in piedi una band solo per avere una band, non per diventare famosi o che altro. Abbiamo iniziato solo perché volevamo scuotere New York City, you know. Non miravamo ad altro, oltre questo. Ed eccoci con una major."
"Sono venuta alla conclusione che non sono davvero fatta delle materie prime che necessitano per questo stile di vita rock'n'roll. Sono molto semplice, e credo, fragile". Quello stile di vita non significa sesso, droga, far tardi la notte e stanze d'hotel distrutte tanto quanto sottomettersi al duro lavoro del music business. "Ciò che abbiamo scoperto era che dalle due canzoni nuove che suonavamo ad ogni show siamo passati ad avere due canzoni nuove in qualche mese perché il 98% della roba che dovevamo fare erano stronzate. La maggior parte riguardava la stampa — ma non considero KoreAm tale," fa notare, garbatamente. "È un lavoro che si fa malvolentieri, tutte queste decisioni che devi prendere e che non hanno nulla a che fare con la musica, you know, ma con il fatto di farti pubblicità. E ci sentiamo sfiniti sino all'osso a causa di ciò."
E cosa ci dici del culto di Karen — la persona di cui i media amano parlare con così tanti aggettivi? La donna che si è presa gioco di Courtney Love allo scorso South By Southwest Music Festival di Austin, Texas, perché si è imbattuta nella Signora-Kurt-Cobain-attrice-orgasmica dopo che Karen aveva bevuto qualche margarita di troppo. La trendsetter che ispira le newyorkesi a vestirsi in maniera trashy chic. Il soggetto fotografico che si mostra esageratamente davanti alla camera, specialmente con la sua espressione-da-cerbiatto-abbagliato e la frangia che le copre gli occhi. La donna sul palco — Karen riconosce che il consumo d'alcool alimenta i suoi live show — che può essere una maniaca, secondo l'amica Christian. "Ci cacciamo sempre nei guai per un motivo o un altro. Facciamo solo quello che ci và di fare," dice Christian. "Ma è Karen l'istigatrice. È come il diavolo che ti bisbiglia all'orecchio."
Così mi ritrovo un po' perplesso dalla sua prospettiva paradossale sulla vita rock'n'roll. Poi Karen spiega quanto sia liberatorio per lei esibirsi. E dopo aver visto il suo pubblico ipnotizzato, provare compassione per questo diavolo viene facile.
"[Mia madre] ha vissuto un periodo duro quando ero più piccola e non andavo proprio bene a scuola. Non avevamo nessun tipo di rapporto perché la feceva impazzire," dice Karen. "È stata allevata da una madre molto severa... E ha provato ad imporlo anche a me, per questo c'era sempre un conflitto costante tra di noi," aggiunge Karen, che inoltre chiama la sua mamma una reginetta-di-bellezza-prima-della-classe. Infatti, suo padre, dopo aver servito l'Air Force americana, finì in Corea come insegnante di Inglese alla Ewha Women's University di Seul. Un giorno, mentre era sull'autobus, la studentessa Munja salì, e "rimase completamente colpito da lei," dice Karen. Per il mese seguente, egli prese lo stesso autobus alla stessa ora, sperando di vederla di nuovo.
La famiglia Orzolek, che include anche il fratello maggiore di Karen, si trasferì dalla Corea al New Jersey quando Karen aveva due anni. E con il papà che dirigeva una fabbrica di tessuti e la mamma che lavorava nel mondo della moda, è cresciuta a Bergen County come una "ragazzina degli anni '80 con le chiavi di casa," che, a suo parere, ha nutrito in lei un senso di indipendenza e distacco. Così come "sentirsi più un outsider," aggiunge Karen. E c'era una piccola relazione con il suo retaggio coreano. "Siamo cresciuti a pane bianco. [I miei genitori] presero una decisione cosciente non insegnandoci, o non parlandoci coreano. Volevano che ci adattassimo e non ci sentissimo, you know," dice, poi si ferma. "Quando sei piccolo, sei più cosciente della tua eredità mista. Mi vergognavo d'essere coreana, mezza coreana, quando avevo 12 o 13 anni – quando cerchi d'essere a tuo agio con tutti. Erano molto sensibili a questo riguardo."
La sua prospettiva è cambiata quando ha iniziato il college. "Ho sentito l'enorme necessità di esplorare di più la mia metà asiatica," dice Karen. "Per così tanto tempo ho trascurato la mia metà asiatica, e poi all'improvviso ho capito che vantaggio fosse." All'Oberling considerò di laurearsi in studi sull'asia orientale perché era ossessionata con la Cina. Era affascinata dall'acclamata Quinta Generazione di registi di quella nazione, inclusi Zhang Yimou e Chen Kaige. "[I loro film] sono così tragici e davvero artistici. Sono ancora i miei film preferiti. È un'estetica orientale a cui faccio molto riferimento," dice. All'Oberlin ha anche imparato a suonare la chitarra e iniziato a scrivere le sue canzoni, per lo più melodie "malinconiche da cantautrice", afferma Karen. In seguito si è trasferita alla New York University per studiare cinematografia, dopo aver preso parte ad una lezione come studente in visita. "Era catartico per me fare film," racconta Karen. "E New York City era ciò che sentivo, come se stessi andando verso qualcosa". Aggiunge, "È sbocciata anche la mia vita notturna. Facevo festa tutto il tempo."
E così incontrò Nick, un fotografo che suonava in una band di compagni diplomati al Bard College, e Karen gli fece ascoltare alcune delle sue canzoni. "Pensavo fossero bellissime. Le sue canzoni erano incredibilmente semplici, ma tuttavia belle e sincere," dice Nick. "Volevo collaborare con lei." E il resto è storia — benché abbiano iniziato suonando cose malinconiche prima di lanciarsi nella ruvidezza. Infatti, i due sostengono un side project, Unitard, in cui eseguono canzoni in stile folk-acustico.
Karen e Nick fanno anche il più del songwriting degli Yeah Yeah Yeahs. Molto va attribuito ai genitori di Karen, che hanno incoraggiato la sua creatività sin da bambina — "Ero ipercreativa" — e che le hanno lasciato suonare il piano a sei anni. "Un fatto divertente sul pianoforte è che appena ho imparato a suonarlo, ho iniziato a scrivere musica," dice Karen. Ma ci volle un po' di tempo prima che i suoi genitori scoprissero come lei stesse usando queste capacità musicali. "Non ho detto niente loro riguardo tutto ciò fino a quando non siamo apparsi sulle prime riviste," dice Karen. "Ecco come l'hanno scoperto. Erano sotto shock, perché dall'essere una semplice band, siamo passati all'enorme interesse dei media. Non potevano negarlo." E ora: "I miei genitori ne sono ossessionati. L'adorano. Non ne hanno mai abbastanza," dice Karen, mostrando con orgoglio il braccialetto bianco di pelle con YYYs scritto sul metallo, che sua madre ha creato e che la band ora vende come merchandise. Così ora Karen — il cui ragazzo è Angus Andrews, cantante della band di Brookling, i Liars — entra in contatto con le sue origini coreane, imparando a cucinare piatti come ddukbohkee, chapchae e kalbee, e facendosi raccontare dalla zia e da altri parenti coreani la loro storia.
Come la band continua a forgiare il proprio sound, combinando una sensibilità pop orecchiabile con elementi noise e dance, Karen sta imparando a rapportarsi con le trappole della fama e della pubblicità. "Tutti vogliono un pezzo di te quando sei alla ribalta — e per lo più a tue spese," dice Karen. "È davvero complicato, specialmente quando il business si mischia all'arte. Attraversi migliaia di problemi, migliaia di conflitti." E a questo riguardo qui sta una delle qualità fondamentali di Karen — un'inquietudine a produrre arte di qualità sottoforma di musica rock eccitante. "Penso sempre alle cose come se io fossi tra il pubblico, come fossi una fan, perché questo è ciò che ero prima: che cosa farebbe la differenza per me?" dice Karen. "Superare tutti i limiti e vedere quanto posso andare avanti. Questo è gratificante per me."
E i suoi fan lo capiscono. "Karen è un'artista che chiaramente segue la sua estetica nella musica, come nella moda. La sicurezza che ha di sé e la sincera passione per il suo lavoro è la chiave," dice Jennifer Wu, 23 anni, che era al concerto all'Henry Fonda Theater. Intenzionata ad incontrare la sua band preferita, Wu ha ragginto con successo la via per il backstage per parlare con la giovane rock star. Per Wu, e per un numero sempre maggiore di giovani donne, Karen è un modello da seguire – sebbene sia insolito. "È la realtà ad un certo punto, che tu lo voglia o no, e ci devi andare d'accordo, you know," dice Karen sulla sua nuova posizione. "E... umm... Siamo un pochino più sporchi, di come vorrei che fosse un modello di riferimento, ma è sempre meglio della stessa vecchia roba."
Oh, si, certamente meglio.
Kataweb, 24 Giugno 2003
Yeah Yeah Yeahs, una febbre da raccontare
di Andrea Prevignano
Ennesima "next big thing" a beneficio della stampa di tendenza? O piuttosto un'altra buona formazione indie rock gettata troppo presto in pasto ai media musicali? Una cosa è certa: Karen O e soci sono onesti e bravi. Dureranno?
I grilli parlanti hanno di che sfogarsi, di questi tempi. "Ve lo dicevamo quattro anni fa che i White Stripes erano in gamba, e voi nulla, tutti intenti a trastullarvi con i Radiohead". Travasi di bile, insomma, per tutti quelli che frequentano i territori della musica indipendente e vedono nomi promettenti tra le fauci della stampa mensile patinata. Ultimi in ordini di tempo i newyorkesi Yeah Yeah Yeahs, tenuti in grande considerazione da Jon Spencer, che se li è portati in giro per gli States come opening act un anno e mezzo fa. La formula è semplice e grezza: voce, chitarra e batteria, postpunk tagliente privo di vibrazioni basse, sorretto da una voce affilata come uno spadino.
Eccola, Karen O (vero nome: Karen Orzalek), novella Siouxsie, ingestibile e capricciosa cantante del trio a cui si deve la nascita della formazione. Frangia selvaggia, fregole di cantante, carattere inquieto, Karen incontra nel '99 nei viali fronzuti del campus della scuola d'arte Oberlin College, Ohio, il chitarrista Nicolas Zinner. Di lì la decisione - inevitabile nelle art school di tutto il mondo — di mettere su una band. Migrati d'obbligo nella New York della Bowery, il duo che basta a se stesso (mai hanno pensato a integrare un bassista) recluta Brian Chase, studente di cinematografia, batterista dallo stile pericoloso. Siamo alla fine del 2000, il gruppo stipa in un furgone l'attrezzatura scalcinata e parte per aprire i concerti di White Stripes e Strokes. Proprio questi ultimi parlano un gran bene a NME del trio. La stampa inglese che macina e distrugge talenti nel giro di un singolo, non si fa sfuggire la segnalazione.
Karen O è graziosa e cattiva quanto basta per piacere alla stampa rock: al South By South West Festival lo scorso anno semina il panico scatenando un "food attack", una guerra a base di cibo lanciato ovunque, di cui ha fatto le spese Courtney Love, travolta da un purè di patate in pieno volto. La ragazza non scherzava affatto. È la dimensione live che fa guadagnare alla band le prime entustaistiche recensioni. Dicono di loro: "Grandiosi. Karen O è la più incredibile sexy e rockstar dai tempi di Debbie Harry". Rolling Stone li inserisce nel 2001 tra le band da tenere d'occhio. Loro dispensano goccia a goccia la loro feroce arte garage r'n'r. Nel 2001 esce il primo EP omonimo su Shifty, prodotto da Jerry Teel (Boss Hog, Chrome Cranks), e sono subito ceffoni art-punk di violenza inaudita. In Art Star sembrano rivivere i primi anarchici Sonic Youth e la voce di Karen è una stilettata.
Neppure un anno e il trio pubblica Machine, altre quattro canzoni temibili, tra cui l'atipica Pin (Remix), un tappeto synth impazziti. Ma è solo di recente che la band assembla un album. La Interscope se li accaparra e al loro fianco mette due produttori esperti: Alan Moulder (Depeche Mode, Jesus and Mary Chain) e Howie Weinberg (Garbage, Sonic Youth, Smashing Pumpkins). Il risultato è un lavoro di quaranta minuti scarsi che urla rabbia rock'n'roll (Black Tongue), rumore bianco (Man), vagiti wave à la Banshees (Modern Romance), sperimentazioni dub reggae (No No No). La stampa generalista impazzisce, quella specializzata approva. Li attendiamo al varco del secondo album, alcune canzoni sono già pronte, e chissà che non si riesca a vederli tra breve in Italia.
Jam, #95, 2003
Believe the hype
di Gian Paolo Giabini
Ricostruiamo la storia del trio più chiacchierato del momento, dalle prove in un loft di Brooklyn alle copertine delle riviste di moda.
Eccola l'ennesima next big thing proveniente da New York, diventata ancora una volta, dopo il periodo di potere assoluto della Cool Britannia nella seconda parte degli anni 90, il centro della musica. Dopo il successo planetario degli Strokes, l'hype su band come Interpol, Radio 4, Liars, il ritorno del disco punk in atto proprio in queste settimane per volere di un'etichetta (la DFA) e un duo (LCD Soundsytem) infatti New York, sempre più, insieme a Detroit (nel mirino dei media per la connessione di White Stripes ed Eminem con la Motor City), è il centro della musica, e in particolare il centro di quel 'movimento' nu rock'n'roll, o nu garage, o come vogliate chiamarlo, che ha spazzato via (ed era ora) il nu metal, i Limp Bizkits e affini.
All'interno di questo 'movimento' di rivoluzionari del rock'n'roll, sicuramente sono collocabili anche i chiacchieratissimi Yeah Yeah Yeahs, finalmente usciti con il loro disco d'esordio (Fever To Tell). Il loro percorso è simile a quello degli Strokes, in termini di coinvolgimento dei media. Già, perché come successe per gli Strokes, sono stati giornali inglesi come New Musical Express o riviste patinate d'oltremanica come The Face che hanno puntato i riflettori su questa band. Sono loro che hanno iniziato a parlare di Karen O (la front woman del gruppo) come di una versione femminile di Iggy Pop. Lei, il nucleo vero e proprio della band (sempre secondo i media inglesi), con i suoi vestiti 'mini' (pensati da un amico newyorkese ben introdotto nella scena fashion della Grande Mela), è stata bollata come una ninfomane schizofrenica che canta con in testa i primi dischi di PJ Harvey, Siouxsie & The Banshees, che pensa testi in cui il sesso e gli eccessi sono al centro della narrazione. Le sue performance dal vivo le hanno fatto guadagnare l'attenzione delle riviste musicali inglesi, che l'hanno definita come la cosa più bella che è venuta fuori da New York dai tempi di Debbie Harry. Come se non bastasse, fin dai tempi del loro esordio (con l'ep uscito nel 2002 per la Whichita e il singolo Bang) fecero breccia nel cuore di John Peel.
E così l'hype è cresciuto sempre più, anche perché, al di là dell'innegabile coolness della band, ci sono anche le molte similitudini con band trendy come i sovraesposti (e sopravvalutati) White Stripes o The Kills. Yeah Yeah Yeahs infatti, pur essendo in tre (Nicolas Zinner, Brian Chase e Karen O), come White Stripes e The Kills, sono anzitutto una band voluta fortemente da una coppia (Nick e Karen) e, come i gruppi suddetti, si rifanno allo slogan minimalista "less is more", optando per una line up scarna (niente basso, ma solo batteria, chitarra e voce) che dia, come diretta conseguenza, un suono altrettanto scarno, primitivo, diretto. Loro comunque cercano di non dar peso a tutto questo rumore mediatico che si è scatenato intorno alla band. "Abbiamo iniziato a fare musica come Yeah Yeah Yeahs solo due anni fa", dice Nick. "È strano tutto quello che sta succedendo. Ma una cosa so per certo. Che una band in queste cose non c'entra niente. Non siamo noi che abbiamo voluto questo hype. È divertente vedere la tua faccia sulle copertine dei media. Ma non dobbiamo dimenticare di non perdere troppo tempo a preoccuparci di quello che scrivono su di noi. Anzi, dirò di più. Essendo tutti e tre persone molto sensibili, a volte è doloroso leggere quello che scrivono su di te. E quindi la soluzione migliore è pensare alla nostra musica, suonare in giro, scrivere nuovi pezzi e andare avanti per la nostra strada."
La strada degli Yeah Yeah Yeahs è iniziata, come dice Nick, solo due anni fa, nell'Ohio. È lì, al college, che Brian (il batterista) e Karen O si sono incontrati e hanno iniziato a scrivere pezzi e suonare. Poi però a Karen l'Ohio stava troppo stretto. Decide di andarsene a New York, per frequentare una scuola di cinema. A New York, al mitico Mars Bar, incontra Nick, un fotografo con uno stile molto 'aggro' (faceva ritratti di gente in giro per New York mettendosi davanti ai suoi 'bersagli', senza il consenso dei soggetti di turno). Oltre all'amore per le immagini, il cinema e la fotografia, scoprono di avere la passione per la musica. E così iniziano a scrivere canzoni, sviluppando le idee che già Karen aveva iniziato ad assemblare con Brian. All'inizio si fanno chiamare Unitard. Registrano su una "karaoke machine". Nick suona la chitarra, Karen canta. I due decidono che manca qualcosa. Karen chiama il suo vecchio amico Brian. Dopo poche settimane, Karen, Brian e Nick si ritrovano a vivere insieme in un loft a Williamsburg, Brooklyn, in una zona zeppa di artisti, musicisti, aspiranti fashionistas che, come gli Yeah Yeah Yeahs, hanno pochi soldi da spendere in affitto per permettersi Manhattan.
I tre dicono di provare otto ore al mese. Un po' poco per una band che sembra suonare come un monolite sonoro compatto, per una band che, a giudicare dalle singole passioni musicali (Karen è un'appassionata dei Grateful Dead e di Bjork, Nicolas ha una discografia immensa di no wave, Brian ama alla follia l'avant jazz degli anni 60, in particolare Billy Dixon). Ma Nick dice che con uno come Brian, che scrive arrangiamenti e ha la musica nel sangue, basta poco per raggiungere ottimi risultati. E i risultati, ben presto, arrivano. Nell'aprile 2002 la band ha un contratto con un'etichetta indie (la Whichita). Esce il primo ep. Ed è subito una bomba. Bang, il singolo, diventa un hit underground. Greil Marcus, il famoso critico americano, nel commentare l'ep, dice: "Non posso credere che un brano simile non sia cantato per le strade da tutti i newyorkesi". Rolling Stone dichiara che questo è uno dei 10 dischi da avere assolutamente. Il gruppo inizia a suonare in giro per l'Europa di spalla a Jon Spencer Blues Explosion. Poi esce un altro ep (Machine).
Nel frattempo, a una festa newyorkese, Karen O mette le mani addosso a Courtney Love. "Non sapevo che fosse lei", dice dopo qualche giorno Karen ai media. Ma la notizia ha già fatto il giro del mondo e alimenta ancor di più il fuzz intorno al gruppo. L'hype diventa sempre più forte, tanto da far pensare a Yeah Yeah Yeahs come a una band costruita. "Media hype machine", è l'accusa che inizia a girare, soprattutto dopo la firma del contratto della band con una multinazionale come la Interscope. "Affanculo!", risponde semplicemente Nick a queste accuse di essere un giocattolo ben costruito per media e major. "Il fatto che si sia deciso di firmare con Interscope ci farà perdere la cosiddetta credibilità", diceva Nick qualche mese fa. "Ne siamo consapevoli, ma a dire il vero non ce ne frega un cazzo. Non ci interessa perché credo che debba essere la musica ad interessare alla gente, non con chi abbiamo firmato. Se la gente ascolterà i nostri nuovi brani si accorgerà che non siamo costruiti, che siamo credibili perché suoniamo con il cuore. Chi invece rimarrà lì a pensare che siamo dei venduti, beh, che si fotta. Io sono certo solo di una cosa: che se gli Yeah Yeah Yeahs dovevano avere un posto nel panorama del rock e nell'industria discografica era ora. È ora, grazie al successo di band come gli Strokes e i White Stripes, che possiamo far sentire la nostra voce. È verocè pericoloso ora essere di New York, perché le case discografiche hanno sguinzagliato i loro direttori artistici per la città e sono disposti a metterti sotto contratto. Sembra di rivivere la situazione che si era creata a Seattle negli anni 90. Ti mettono sotto contratto e non hai nemmeno un disco pronto. Sembra assurdo ma è così. Se poi non venderai più di 20mila copie ti sbatteranno fuori. È già scritto nel contratto. Ma va bene lo stesso. perché i primi due ep li abbiamo dovuti registrare in due giorni. Il disco abbiamo potuto registrarlo in un mese. Pochi giorni per batteria e chitarre. Il resto del tempo a registrare le voci."
Il risultato è ottimo e spazza via tutto il rumore mediatico creatosi intorno alla band. Già, perché, come già detto nella recensione del numero scorso, immagine di Karen a parte e tutto il resto che piace soprattutto a quei 'pettegoli' delle riviste inglesi, Fever To Tell è un gran disco che oltretutto suona sì garage, suona rock, ma allo stesso tempo suona disco punk come il gruppo migliore dell'attuale scena disco punk newyorkese (The Rapture). Nick conferma le nostre riflessioni sul disco dicendo che gli Yeah Yeah Yeahs alla fine non sono propriamente una garage rock band, non suonano decisamente come gli Strokes. "A parte che, storicamente, considerando come suoniamo, non possiamo assolutamente sentirci parte della così detta scena nu garage. Siamo tre ragazzi a cui piacciono cose diverse. A me per esempio fa impazzire la new wave. Non credo che agli Strokes interessi molto la musica dei Contorsions. E poi abbiamo fatto un disco in cui, prima di pensare al rock, abbiamo scritto canzoni che potessero anche far ballare la gente. Rispetto alle produzioni precedenti questo disco suona decisamente meno garage, meno schizofrenico, più danzereccio." Che poi gli Strokes vadano in giro a dire che gli Yeah Yeah Yeahs sono la loro band preferita è un altro discorso, così come è un altro discorso che Karen stia con Angus Andrew dei Liars (una delle band più chiacchierate della presunta nuova scena disco punk funk di New York), che Karen si faccia fare i vestiti per gli show da uno stilista underground di New York (Christian Joy) o che l'alcol e, in particolare lo champagne, siano un propellente importantissimo per la band e i loro show.
Quello che conta è che Fever To Tell è uno dei dischi più interessanti sentiti negli ultimi mesi. Loro sembrano soddisfatti del risultato. "Siamo okay", dice Nick. "Stiamo attraversando un momento molto positivo. Non abbiamo più difficoltà a pagare l'affitto. Ci possiamo comprare senza problemi un nuovo paio di scarpeÉ Di solito ai gruppi serve un sacco di tempo in più per arrivare a questo livello, ovvero a non avere problemi economici che ti attanagliano. E così ora c'è tempo per fare tante cose. Brian può scrivere nuovi brani con la sua band (The Seconds). Karen dipinge e io ho tempo per assemblare il mio libro di fotografie che pubblicherò tra poco. In più stiamo già lavorando a nuovi braniÉ È bello non avere da preoccuparsi ogni mese dei soldi che hai a disposizione."
NYC Times Magazine
Rock-show girl
di Lynn Hirschberg
La tua band, gli Yeah Yeah Yeahs, ha appena pubblicato il suo primo album, Fever To Tell, ma le tue performance, che sono selvaggiamente teatrali, stanno diventando leggendarie.
È un cliche, ma sono supertimida. Divento nervosa prima di salire sul palco. Per un un po' ho bevuto tequila. Se metto anche solo una goccia di tequila sulla mia lingua, mi vien voglia di fare tutto a pezzi a colpi di karate. Ora bevo champagne. Sul palco il mio incentivo è di distruggere quell'attitudine super figa che si vede ai concerti rock. Stiamo cercando di creare una sorta di agitazione. Ecco perché la gente reagisce a me — come cantante, cerco di tirarti fuori dalla banalità della vita di ogni giorno. Che c'è di meglio, per persuaderti dentro i limiti, di una rock band?
Prendevi parte a tutti i musical della scuola quando eri in New Jersey?
No. Ho iniziato a cantare verso i 19-20 anni. Il primo disco che ho comprato era dei Doors, quello con la scena carnevalesca in copertina. Avevo dodici anni, e il film era appena uscito. Ho amato anche Michael Jackson. Off The Wall è ancora uno dei miei album preferiti. Sono affascinata dalle popstar che sembrano essere giunte da un altro pianeta. David Bowie, Biörk, Michael Jackson — sono come alieni. Hanno creato la loro realtà.
Ti rifai a rock star femminili o maschili?
Beh, ci sono così poche rock star donne. Posso contarle sulla mia mano destra. Quando ero piccola, era più appropriato per le ragazze imitare Madonna, ma io ho sempre voluto essere Michael Jackson. Volevo indossare il guanto.
Quando hai iniziato ad esibirti?
Ho frequentato l'Oberlin. È una piccola scuola d'arte, e guadagni un credito ad imparare uno strumento. Ho suonato alcune canzoni scritte ad un party e la gente piangeva. Non mi piaceva l'Oberlin, così mi sono trasferita a New York. Al college, ho incontrato Nick Zinner, il chitarrista, e abbiamo iniziato a suonare delle cose soft. Ma poi abbiamo deciso di diventare più esplosivi.
Come ci si sente ad essere un sex simbol?
Credo sia divertente, ma cerco di viverla con distacco. Se vedo filmati di qualche nostro show, rimango shockata da quello che faccio. Ma Playboy mi ha chiesto di fare la copertina per loro. È abbastanza pazzesco. Potrei farlo in futuro.
Sei sempre stata interessata alla moda?
Mi è sempre piaciuto personalizzare. Scrivevo tutte le mie Converse. Ora i miei abiti sono disegnati da Christian Joy.
Hai delle groupies?
Tonnellate delle ragazze più carine che tu abbia mai visto. E anche molti ragazzi. Ma sono un modello incidentale. Non voglio questa responsabilità.
Ti è dispiaciuto che firmando con la Interscope, hai sacrificato una certa credibilità indie?
Volevamo stare con una major, volevamo essere maistream. Vogliamo essere ascoltati. Non mi preoccupa perdere la cosìdetta credibilità indie. Lee Ranaldo dei Sonic Youth ci ha consigliato di firmare con una major. Lui ha molta più credibilità di qualsiasi altra persona.
I tuoi genitori ti hanno vista esibirti?
Non posso tenerli lontani dallo show, mio padre specialmente. Tutto questo ha dato pepe alla loro vita. Bevono birra e fumano sigarette, e non li avevo mai visti fumare prima. Se mai lasciassi questa band, gli si spezzerebbe il cuore.
Di recente sei ritornata a Bergen County, N.J., dove sei cresciuta.
La qualità della vita a New York mi stava deprimendo. La gente mi pedinava per la strada, e nessuno sa chi cavolo sono a Bergen County. L'altro giorno, io e il mio ragazzo siamo andati da Burger King, e dei ragazzini hanno iniziato a prenderci in giro perché sembravamo degli strambi. Spero che duri. È utile a proteggere la tua privacy.
